A tu per tu con Davide Sanguinetti: "UCLA mi ha cambiato la vita"

A tu per tu con Davide Sanguinetti: "UCLA mi ha cambiato la vita"

Davide Sanguinetti, ex numero 42 del ranking ATP, racconta la sua esperienza negli Stati Uniti d'America.

“Ho frequentato UCLA per due anni prima di diventare professionista e credo di aver aperto la strada a tanti giocatori che si sono trasferiti negli Stati Uniti per studiare e continuare a giocare a tennis.

A 16 anni sono andato a vivere a Tampa, in Florida, alla Palmer Tennis Academy. È stato lì che mi hanno suggerito di provare ad iscrivermi all’università e piano piano mi sono convinto. Alla fine ero volato negli States per giocare a tennis ed imparare l’inglese, ecco perché proseguire l’esperienza non avrebbe potuto farmi altro che bene.

Spesso si visitano diverse università prima di fare una scelta definitiva ma quando ho visto UCLA me ne sono innamorato subito e ho deciso di non vederne altre. Se non mi avessero preso avrei lasciato stare l’università per passare subito al professionismo. Per fortuna la risposta fu positiva e presto è iniziata l’avventura. UCLA era ed è una delle più rinomate, e quanto al tennis avevano davvero un bel programma. Avevano già costruito diversi impianti per i Giochi Olimpici del 1984 e tutto funzionava a meraviglia. Quando giocavamo in casa l’atmosfera era molto calda. Le sfide con le università rivali erano molto sentite e l’apporto del pubblico era fondamentale per trovare la carica giusta.

I due anni che ho trascorso a UCLA me li porterò dietro per tutta la vita. Ho fatto mio il concetto di competitività e vissuto esperienze impossibili da dimenticare. Tutto mi è servito per acquisire maggiore consapevolezza e ad ampliare il mio bagaglio a 360°. Se fossi diventato subito professionista probabilmente avrei accorciato i tempi ma sono domande alle quali è impossibile dare una risposta.

I miei compagni? Ne avevo alcuni che sono diventati grandi giocatori. Mark Knowles, ad esempio, che ha raggiunto la vetta più alta del ranking in doppio dopo aver vinto tre tornei del Grande Slam.

A livello nazionale abbiamo fatto semifinale il primo anno. Ricordo ancora di essermi arrabbiato molto con Glenn Bassett, il mio coach, che sosteneva che i ‘freshman’ (le matricole) non potessero giocare in NCAA in quanto privi di esperienza. Durante la stagione avevo perso pochissime partite e il non poter scendere in campo mi lasciò molto amaro in bocca.

Il secondo anno andò anche peggio. Ero convinto di poter essere utilizzato almeno qualche volta da numero ma niente. Litigai pesantemente con Bassett e nonostante tutto, da ‘numero 6’, riuscì a qualificarmi per i Campionati Individuali. Tutti parlavano di me e di questa splendida ‘Cinderella Story’.

Rientrato in Italia andai ad allenarmi da Giampaolo Coppo, a Roma. In quegli anni c’erano i tornei satellite, utili per racimolare rapidamente un po' di punti ATP. In un paio di mesi passai dai satellite ai Challenger, uno step fondamentale verso quella che poi è diventata la mia carriera.

Sport e studio? Con grande impegno si può. La cosa splendida del sistema americano è che lo sportivo trova sempre grande supporto. Con me avevo sempre un tutor pronto ad aiutarmi per recuperare le lezioni che perdevo a causa dei tornei. Concretamente saltavo la lezione solo dal punto di vista della presenza, mai del contenuto

Il college mi ha aiutato tantissimo e penso che un percorso simile possa dare una mano a tanti ragazzi. Il mio consiglio è quello di provare, di lasciarsi travolgere dall’esperienza e di mettersi in gioco”.

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